Il vino di Garibaldi. Malvasia, colline e passioni: il lato più inatteso del soggiorno dell’eroe dei Due Mondi

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di Giancarlo Gonizzi

Quando Giuseppe Garibaldi (1807-1882) il 27 aprile 1861 giungeva in incognito alla stazione ferroviaria di Castel Guelfo, non lontano da Parma, dove la Marchesa Teresa Trecchi-Araldi (1827-1894) aveva inviato una carrozza ad attenderlo, venne riconosciuto da un facchino e la voce della sua presenza si sparse “con la prontezza dell’elettrico” (cioè del telegrafo) per tutta la regione. E da tutte le località della provincia giunsero reduci e delegazioni in visita.
È attraverso le loro parole ammirate – o quelle più disincantate della stampa liberale – che prende corpo un racconto straordinario. Lettere, dispacci, corrispondenze giornalistiche, scritte con una lingua ormai remota, tratteggiano il profilo di un uomo attento all’innovazione e alla tecnologia, ma capace, in ogni luogo dove si recava, di cogliere il meglio e di servirsene per i suoi progetti.
Reduce dall’impresa dei Mille che gli aveva ormai dato gloria perenne, Garibaldi era ospite per alcuni giorni, nella villa di campagna sulle colline di Sala Baganza, della marchesa Trecchi, all’epoca considerata la più bella donna d’Italia – che per vezzo mai volle farsi ritrarre né da artisti né da fotografi – sorella di Gaspare Trecchi (1813-1882), amico personale di Napoleone III, con un trascorso nella legione Straniera, famoso, nella natìa Cremona, perché girava scortato da due schiave africane con due iene al guinzaglio, intendente di Garibaldi e di re Vittorio Emanuele II (oggi lo definiremmo un “infiltrato” dell’intelligence) che informava direttamente il Re degli sviluppi dell’impresa dei Mille “saltando” Cavour.
E sulle colline di Parma ebbe modo di conoscere anche il vino locale. A Garibaldi la Malvasia coltivata a Maiatico piacque davvero, ma gli dovette piacere assai anche Teresa Trecchi che lo ospitava, se per dieci anni continuarono a scriversi lettere appassionate, in cui il ricordo di quel soggiorno dell’aprile 1861 si stemperava regolarmente nelle vicende delle piantine messe a dimora dell’Eroe dei Due Mondi sul duro suolo di Caprera.
E lì, ancora stanno, a distanza di oltre un secolo e mezzo. È probabile che quelle righe sulle viti nascondessero anche altri significati che a noi oggi sfuggono. Ma se l’immagine di un Garibaldi,
accaldato, in canottiera, seduto sotto il grande albero secolare di castagno nel giardino di Villa Trecchi, intento a sorseggiare Malvasia colpì profondamente le folle ivi convenute da tutta l’Emilia per omaggiarlo, stupisce anche noi oggi.
Una “piccola” storia, che s’incrocia con la “grande” storia del Risorgimento italiano, all’ombra dello sviluppo vinicolo del territorio Parmense, dove importanti famiglie francesi – che nella seconda metà dell’Ottocento avevano deciso di “adottare” i colli di Parma, impiantando vigneti specializzati e permettendo così di rinvigorire una tradizione vinicola risalente all’epoca romana – e dove un archeologo di fama mondiale – Luigi Pigorini (1842-1925), direttore del Museo d’antichità di Parma, poi ideatore del grande museo di paletnologia di Roma che oggi porta il suo nome – scavando le “Terramare” dell’Emilia, aveva scoperto le origini del nostro modo “moderno” di bere il vino…
Tutto questo in un piccolo libro – Il vino di Garibaldi. Alla ricerca di un mito fra Parma e Caprera – nato durante l’allestimento del Museo del Vino di Sala Baganza.
Un luogo certo affascinante, ricavato nelle cantine della antica rocca Sanvitale, capace di raccontare tante storie, altrettanto straordinarie.
Infatti il mondo del vino parmense – ignoto ai più, perché nascosto dalla fama di prodotti ben più conosciuti come il formaggio e i salumi – è ricco anche di “eroi sconosciuti”, personaggi di grande spessore e capacità che, nel corso del tempo, hanno saputo unire in maniera indissolubile la propria esistenza alla pianta della vite.
Come Luigi Maestri (1837-1912), che dedicò la sua esistenza a selezionare nei campi di Valera, alla periferia occidentale di Parma, il miglior Lambrusco, che ancor oggi porta il suo nome. Sulla sua tomba, al cimitero di Valera, sono scolpiti tralci e pampini di Lambrusco.
O come Henri Caumont (1821-1896), ingegnere francese, giunto nelle nostre terre per seguire i lavori della linea ferroviaria Parma-La Spezia e che, innamoratosi della giovane Contessa Elisa Caimi, per lei avrebbe abbandonato binari e locomotive, per dedicarsi, dopo averla sposata, a produrre, in una vigna “recintata” e piccolissima, minime quantità di un vino così straordinario da meritarsi nel 1884 la medaglia d’oro all’Esposizione internazionale di Londra e quella d’argento nel 1887 nella diffidente Parigi. Una bottiglia, con la sua etichetta originale e la riproduzione delle medaglie, è esposta al Museo del Vino di Sala Baganza.
Stappandola idealmente ne uscirebbe una storia indimenticabile. Come la Malvasia lo fu per Garibaldi.

Se desideri scoprire di più su Giuseppe Garibaldi, leggi anche l’Intervista Impossile “Giuseppe Garibaldi viticultore e la malvasia di Maiatico”.