Le interviste impossibili – A cura di Giovanni Ballarini – Malvasia, vino di Leonardo Da Vinci

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Un’antica leggenda narra che nei musei, sotto il patronato di Apollo, la notte del solstizio d’estate le Muse richiamano in vita le immagini e danno voce agli oggetti che si fanno intervistare. È in una di queste occasioni che la riproduzione di un modello di cavatappi inventato da Leonardo Da Vinci esposta al Museo del Vino di Sala Baganza prende vita e ci permette di incontrare il grande Maestro

MALVASIA, VINO DI LEONARDO DA VINCI

San Servazio, San Vincenzo Ferrer, San Giovanni Bosco, San Teodoro e altri santi in luoghi diversi sono invocati patroni dei viticultori, ma il primo uomo del quale ci è tramandato il nome e che ha piantato una vite per farne vino è Noè (Genesi, 9, 20 – 21). Noè è un grande artefice e diviene vignaiolo dopo aver costruito una grande arca e non è certamente un caso che in tempi a noi più vicini un altro grande artefice costruttore di macchine (e inventore di un modello di cavatappi), Leonardo da Vinci (1452-1519), dopo aver dipinto il suo Cenacolo, a Milano diviene viticoltore ricevendo in dono un vigneto di una varietà di uva che ora sappiamo essere Malvasia, lo stesso tipo di uva coltivata sulle colline piacentine e parmigiane. Lasciata l’Italia, dal maggio del 1517 Leonardo è in Francia ad Amboise ospite di Francesco I (1494-1547) e qui abbiamo il privilegio d’intervistarlo nel suo studio, interrogandolo sulla sua passione per la Malvasia che piace tanto anche ai parmigiani.

Grande Maestro, grazie dell’accoglienza. Mi complimento di questo suo studio nel quale vedo che dall’Italia l’accompagna una tavola sulla quale lei ha dipinto un volto femminile dall’enigmatico sorriso e per sfondo un paesaggio che ricorda quello del basso Appennino ricco di vigneti. Anche per questo le chiedo come ha ottenuto una vigna di Malvasia nei pressi del Monastero di Santa Maria delle Grazie dove ha dipinto un magnifico Cenacolo.

In questa mia operosa tranquillità mi trovo molto bene e non dimentico la tumultuosa vita che ho trascorso in un’Italia agitata da guerre e il dipinto al quale lei allude mi ricorda uno dei miei migliori periodi italiani. Mi congratulo con lei di aver ravvisato nello sfondo di questo dipinto l’immagine di un basso Appennino dove si coltiva anche il vitigno denominato Malvasia, originario dalle terre orientali e soprattutto da Candia e dal quale si ottiene un dolce e balsamico vino (Basso Appennino che si può identificare come Piacentino e Parmigiano – N. d. I).
Per la vigna milanese alla quale lei accenna, non dimentichi la mia origine toscana e che Vinci è terra di oliveti e soprattutto vigneti e quando Ludovico il Moro (1452-1508) m’incarica di dipingere il Cenacolo al quale lei allude, in data 26 aprile 1499, su mia sollecitazione, mi fa dono di una vigna con il seguente provvedimento “a Leonardum Vincij, pittore non inferiore, a giudizio suo e dei competenti, a qualsiasi antico pittore, di sedici pertiche della ex vigna di San Vittore, ceduta dal Monastero al Duca con atto 8 agosto 1498”. La piccola vigna nei pressi della chiesa (circa 8.320 metri quadrati – N. d. I) mi è molto cara anche perché è di Malvasia, un vitigno che dà un vino molto ambito dai monaci e dall’alta e nobile società. Quando Milano passa nelle mani dei francesi e io nel 1506 torno in quella città, la prima cosa che faccio è di riaverne la restituzione. Per questo mi rivolgo a Carlo d’Amboise, luogotenente del re di Francia, che il 20 aprile 1507 decreta che “Tocando il caso de magistro Lionardo fiorentino ve dicemo che lo remettiate nel primo stato, come esso era, de la vigna sua inante che la gli fusse da voi tolta, et non gli fareti chel ne habia a patire spesa pur de uno soldo”. Una vigna che quando Dio mi chiamerà non voglio vada dispersa e che intendo lasciare in eredità al mio allievo prediletto Salaì (Gian Giacomo Caprotti 1480-1524) perché la custodisca. Di tralci d’uva e dei lavori per la vinificazione non manco inoltre di fare disegni.

Maestro Leonardo, perché nella sua vigna vi è il vitigno Malvasia che probabilmente non vi era nella sua Vinci?

Lei dimentica che in tutta la mia vita sono stato e rimango un ricercatore dell’antico e al tempo stesso uno sperimentatore del nuovo, in pittura come in ogni altro campo e non ultima anche in viticultura e vini. Nell’Ultima Cena del Cenacolo il vino che rappresento è rosso perché tale era quello antico e soprattutto doveva diventare il Sangue di Cristo, ma sulla mia tavola gradisco il vino bianco Malvasia. La Malvasia è un vino nuovo, che arriva a Venezia dalla Grecia, dall’isola roccaforte di Monenmvasia, e nel 1247 la prima nave veneziana ottiene l’esclusiva per vendere questo vino in tutta Europa. (Nella Francia meridionale questo vino diverrà Malvoisie – N. d. I.). Questo vino di colore che varia dal giallo paglierino al giallo dorato chiaro ha un aroma con note di moscato particolarmente ricco e complesso che ben si accoppia nella moda italiana di una gastronomia che unisce i sapori dolci a quelli salati e aspri, in un gusto qui in Francia poco noto se non sconosciuto.

Maestro Leonardo, ringraziandola di quanto mi ha detto le chiedo da dove origina la vite da lei coltivata.

Come dice il provvedimento di Ludovico il Moro, la vigna che mi è donata è stata ceduta al Duca dal Monastero che sorge accanto alla antichissima basilica di San Vittore al Corpo. I primi ad abitare il monastero sono i monaci benedettini, intorno all’Anno Mille, che ne promuovono la fortuna fino all’epoca dei Visconti (dal 1277 al 1395) e degli Sforza (dal 1450 al 1535). Il vino costituisce un prodotto quasi indispensabile per i monaci e in ogni abbazia, quando vi sono le condizioni adatte, sono piantate delle vigne mantenute con cura. Quando la vigna di San Vittore sia stata impiantata e come i monaci abbiano ottenuto il vitigno non lo sappiamo, ma è certo che lo volevano di una qualità speciale, adatta alla celebrazione della Eucaristia, come quello di Malvasia.

Maestro Leonardo, nella tavola che ha portato con sé dall’Italia lei ha dipinto un paesaggio che richiama quello di una terra dei Landi che hanno una dimora milanese nei pressi della sua vigna. Una semplice coincidenza?

Certamente no, perché con i Landi non ho mancato di avere rapporti di buon vicinato e non solo a Milano, ma anche nel Piacentino, per cui ho conosciuto il bel territorio che ho raffigurato nella mia tavola. Non dimentichiamo che, prima che io entrassi in possesso della vigna di Milano, Manfredo Landi (13..-1429) feudatario dello Stato Landi, ha per moglie Elisabetta Bossi di Milano dalla quale nasce postumo Manfredi Landi II (1429-1488) con il titolo di Conte di Val di Taro e poi Consigliere del Duca di Milano Gian Galeazzo Sforza (1469-1494) che nel 1487 lo nomina cittadino di Milano. In questa città i Landi hanno una dimora nel luogo dove sorge la vigna di San Vittore e questo mi ha fatto pensare (ma non approfondito per delicatezza) a un loro ruolo in un passaggio del vitigno di Malvasia da Milano al Piacentino e poi da qui a territori vicini come il Parmense. Per rispondere alla sua domanda non nego quindi che vi possano essere rapporti tra la Malvasia della mia vigna e la viticoltura di Malvasia appenninica piacentina e da qui anche con la contigua zona collinare parmigiana. Spero solo che la mia vigna di origini cistercensi abbia lunga vita e possa sfidare i secoli e non essere distrutta dalla malvagità o meschinità umana.

Nota dell’IntervistatoreBuon profeta è Leonardo, perché all’inizio del Millenovecento l’architetto Luca Beltrami (1854-1933) identifica la vigna di Leonardo nel cortile della Casa degli Atellani presso il civico 65 di Corso Magenta. Nel 1943 la vigna è distrutta dai bombardamenti, ma nel 2013 l’enologo Luca Maroni, scavando il terreno, ritrova le radici della vigna di Leonardo che il professor Attilio Scienza e la genetista Serena Imazio identificano nella Malvasia di Candia aromatica, caratteristica dei colli Piacentini. Questa vite, reimpiantata nel 2015, dal 2018 permette una vinificazione in anfore di terracotta ipogee secondo il metodo antico.
Sull’arrivo del vitigno Malvasia in Italia è da ricordare che solo dopo la Guerra di Candia tra la Repubblica di Venezia e l’Impero Ottomano (1645-1669) combattuta a Creta, sul Mar Egeo e in Dalmazia e la distruzione dei vigneti di Candia, i Veneziani non possono più importare il vino. Per non perdere il mercato che hanno creato e di cui detengono l’esclusiva si mettono a piantare Malvasia in Italia e i vari stati col tempo se ne impossessano e la coltivazione si diffonde.
Sui rapporti tra il Vigneto di Leonardo e i vigneti piacentini dello Stato dei Feudi Imperiali Landi dal 1257 al 1682, vi è solo la notizia che Manfredo Landi ha una casa a Milano nei pressi della Vigna di Leonardo. Inoltre è certo che Leonardo conosca il territorio piacentino: Carla Glori ha documentato con ragionevole certezza che sullo sfondo della Gioconda, uno dei quadri più noti di tutta la storia dell’arte, il paesaggio è quello circostante la città di Bobbio, con il famoso ponte Gobbo sul fiume Trebbia ben visibile, in un territorio dove è diffusa la coltivazione della Malvasia di Candia aromatica.